“Via con me”: Paolo Conte e l’amore disincantato

Il 6 gennaio del 1937 nasceva Paolo Conte, cantautore e polistrumentista italiano dall’animo jazz e dalla sensibilità stilistica schietta e malinconica. Il suo repertorio, curato con superba originalità e accuratezza semantica, muove le sue note eleganti fra il sogno e la disillusione, fra la passione sfrenata e il romanticismo più tenero. Tutto è costantemente in bilico, eppure niente sembra essere fuori posto.

A consacrare il successo di Conte nel panorama musicale fu una canzone su tutte, dal titolo “Via con me”, registrata per la prima volta nel 1981 allo studio Format di Torino, e inserita in “Paris Milonga”, l’album che ha riscosso maggiori consensi tra il pubblico e la critica.

Conte stesso ha riconosciuto l’importanza di questo brano in un’intervista ai microfoni della trasmissione radiofonica Alle otto di sera:

«Vorrei che le canzoni non si consumassero mai. Per un compositore sono il profumo di un mazzo di fiori, e a forza di sentirle questo profumo a volte rischia di andarsene […] Alcune di esse hanno avuto, però, più fortuna presso il pubblico. Una di queste, oltre ad Azzurro, è di certo Via con me. La cosa mi fa piacere perché, è sicuramente tra le mie preferite […] Canzone tanto amata, tanto lavorata, e per fortuna tanto consumata, al punto che non soltanto molte ditte l’hanno usata come colonna sonora per le loro pubblicità, ma tantissimi registi di cinema, italiani, inglesi, americani o tedeschi, l’hanno usata tranquillamente. Non so quale sia la ragione.»

La ragione sta sicuramente nella bellezza disarmante del pezzo, un’accurata simbiosi fra il piano strumentale e quello narrativo, fatto d’immagini evocative e di profumi, oltre che di suoni raffinatissimi.

“Vieni via con me” è un’invocazione d’amore, ma nello stesso tempo un invito al distacco. Dai luoghi e dalle persone del passato. Dai sentimenti ad essi legati. Dal grigiore dell’anima.

Via, via, vieni via di qui,
niente più ti lega a questi luoghi,
neanche questi fiori azzurri…
via, via, neanche questo tempo grigio
pieno di musiche
e di uomini che ti sono piaciuti…

L’introspezione nostalgica del pezzo, eseguito magistralmente al pianoforte, dopo la prima strofa prende a muoversi su note dal sapore tetro. La voce di Conte si fa sempre più spigolosa e struggente, fino a rendere anche il testo profondamente enigmatico. La fuga verso una possibile felicità si rivela presto incerta, e il rischio di smarrirsi nell’oscurità rende tutto precario, debole, esposto ai cambiamenti emotivi.

Via, via, vieni via con me,
entra in questo amore buio,
non perderti per niente al mondo…
via, via, non perderti per niente al mondo
lo spettacolo d’arte varia
di uno innamorato di te…

Via, via, vieni via con me,
entra in questo amore buio,
pieno di uomini…

La scena si popola di altre presenze, minando ulteriormente la stabilità del viaggio iniziato in due. Ma il ritornello continua a reiterare un paradossale: “It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful”.

Via, entra e fatti un bagno caldo,
c’è un accappatoio azzurro,

Sul finire del brano, il senso di protezione dell’amato supera le insensatezze e le prove del destino. C’è ancora un posto accogliente in cui poter trarre riparo, un accappatoio pronto ad avvolgere ogni timore, mentre

fuori piove un mondo freddo…

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