“Un matto”: De André e il labile confine tra sanità e follia

«Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole», questa frase, che fa da esordio alla canzone: Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio) di De André – tratta dall’album Non al denaro non all’amore né al cielo del 1971basterebbe da sola a palesare il senso di disagio e incomunicabilità di cui è vittima il protagonista. Il brano, ispirato all’epitaffio di Frank Drummer, personaggio di Spoon River, creduto folle perché incapace di trasmettere i suoi pensieri attraverso il linguaggio, è la trasposizione musicale di un problema sociale molto discusso all’epoca di uscita del disco, e che troverà soluzione solo nel 1978, con l’approvazione della legge Basaglia e la chiusura definitiva dei manicomi.

«La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro»

così recitava anche la poesia di Lee Masters,  rendendo manifesta non solo l’oggettiva difficoltà di comunicazione, ma il senso di ridicolo e di esclusione che la patologia stessa comporta. Ogni villaggio ha bisogno del suo “scemo” da additare, poco importa se pazzo lo sia davvero, o se si tratti soltanto di disturbi relazionali, di paura, di fragilità.

E così alla presenza del matto il centro si spezza in due: da un lato il triste e solitario antieroe schivato da tutti, e dall’altro la piazza, la massa che ride al suo passaggio. La logica di derisione del gregge, ancora oggi, si innesca facilmente alla vista del minimo segno di diversità. Il gruppo fonda la propria forza sulla presunta normalità (di cui è difficile dare una definizione) che lega un membro all’altro, imponendo l’emarginazione di tutto ciò che fuoriesce dai ranghi delle convenzioni e convinzioni che garantiscono esclusività e appartenenza. Il villaggio (ovvero la maggioranza), si fa cosciente solo grazie al folle che ne giustifica l’esistenza, come si evince chiaramente dal sottotitolo del pezzo.

«E neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro».

La cattiveria diurna della massa, che di notte evolve in indifferenza, continua incessantemente a ferire la sensibilità dell’uomo, che si preoccupa a tal punto delle opinioni altrui da non dormirci, rivivendo nei suoi incubi lo scherno quotidiano. Tanto forte è l’invidia verso i derisori, che pur di dar voce all’incomprensibile ricchezza del suo cuore, decide di imparare l’enciclopedia Treccani a memoria, così come Frank Drummer aveva fatto con quella Britannica. Ma il risultato tradisce i suoi sforzi, ed il disperato tentativo di uniformazione si trasforma in un definitivo allontanamento dalla società dei cosiddetti ‘sani di mente’.

Un luogo isolato, un manicomio, una stanza buia, un pazzo rinchiuso forzatamente al suo interno a inventare parole che nessuno più ascolterà: è questo lo scenario fatale nel quale il matto trascorrerà i giorni che lo separano dalla vera morte. Nessuna forma di comprensione verrà in soccorso al suo bisogno di partecipazione, e del suo esperimento di rivalsa non resterà altro che l’irridente e ipocrita compassione con cui si chiude il brano:

«Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina; di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia “Una morte pietosa lo strappò alla pazzia”»

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