Tra false partenze ed eterni ritorni: L’orso alla ricerca di “Un luogo sicuro”

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Uscito l’11 marzo per Garrincha Dischi “Un luogo sicuro”, il nuovo album de L’Orso. Il disco è scandito da tre momenti, tre luoghi che dipingono il tema portante di tutto il progetto, la ricerca del luogo sicuro: una ricerca che diventa un eterno ritorno verso se stessi, in un vagare infinito che riporta sempre a casa. 

L’album, prodotto da Marco “Cosmo” Bianchi (Cosmo/Drink To Me) e Mattia Barro, mette a confronto gli estremi in un dualismo musicale e concettuale, unendo sonorità elettroniche e moderne a campionamenti naturalistici e strumenti acustici, melodia a parti rappate.

Anche gli ospiti fanno confluire esperienze e sonorità differenti: Michael Liot dei francesi We Were Evergreen (Island Records/Universal) porta questo dualismo sul piano linguistico con un utilizzo contestualizzato della lingua inglese, Dj Dust, dj e beatmaker già collaboratore di Mecna, mette in relazione due mondi musicali differenti, mentre la presenza de I Tropicalisti (storica “crew” di amici di Mattia a Ivrea) sottolinea ancora una volta l’importanza di avere un luogo sicuro dove tornare, in una gigantesca dimostrazione d’affetto verso la città di origine della band.

E il viaggio di questo disco parte proprio da Ivrea, con “Apri gli occhi siamo nello spazio”, primo luogo, ma anche il Luogo per eccellenza del disco, dal quale emerge il senso di appartenza emozionale e musicale dell’intero progetto.

Tengo una mano sul cuore e con l’altra conto le parole

ora che sono altrove, c’è un nuovo luogo da arredare

Il viaggio prosegue con “Non penso mai”, primo singolo estratto dal nuovo album. Un brano formato da estremi che si attraggano: gli strumenti elettronici che si affiancano a quelli acustici, il rap che abbraccia la melodia, un pensiero che più vuoi scacciare e più ti si appiccica addosso. Il video di Martina Pastori coinvolge proprio due protagonisti agli antipodi che si lasciano travolgere da una centrifuga di eventi, pensieri, desideri.

Ti tengo nascosta, ti penso di fretta, porta pazienza è una vita di merda
faccio la guerra nei giorni più tristi, quelli migliori nemmeno esisti

“Essere felici qua” è la terza tappa del percorso, ed affronta le ossessioni legate alle partenze, alla lontananza, al tempo dilatato dalla mancanza, ai vuoti da riempire.

Non voglio che tu parta perché penso che potremmo essere felici qua

non posso stare insieme a te se parti

L’abbandono vive del ricordo dei momenti di spensieratezza e felicità precedenti alla decisione di lasciare tutto per raggiungere un altro continente. Ma è un dolore equilibrato, melodicamente impercettibile, e come nel brano precedente, accompagnato dai cori di Giorgia D’Eraclea.

“L’uomo più forte del mondo”, si arricchisce della presenza di Dj Dust e di una forma di hip hop che unisce  l’inglese, gli scratch, e la lingua italiana, dando al brano una veste internazionale.

Balla con me, saremo goffi assieme

non voglio perdere, stanotte io non posso perdere

“Io credo in te, la tua magia è vera”, titolo tratto dal primo disco di Yacht, è il secondo luogo del disco. Il brano è composto principalmente da suoni catturati con un piccolo registratore portatile durante una vacanza in Irlanda. C’è il brusio di un pub, il rumore delle onde che si rovesciano su una scogliera a Howth, il segnale acustico dei semafori pedonali di Dublino e i cori registrati in un gazebo con un incredibile flanger naturale all’interno del Phoenix Park. Le parti suonate sono un’improvvisazione pomeridiana con il tropicalista Michele Pascarella.

Vuoi farti un giro nella mia testa? Devi averne di coraggio

Perché scrivo? Perché rimango se in questo luogo per amare ho finito lo spazio?

Saluto i miei amici e parto, un luogo vale un altro, anche stavolta rimango

Dopo l’ennesima falsa partenza arriva “Un pomeriggio”, in collaborazione con I Tropicalisti (ispirazione e contributo morale-filosofico dell’album). La scrittura qui diventa un modo per tenersi al riparo dal mondo, e un mezzo per costruire concetti senza confini, proiettandoli in un futuro modellato sui propri desideri.

Uso le mani per costruire un luogo sicuro per me

ho un mondo da tenere al sicuro

ricordati di me, muovo le mani perché sto disegnando in aria ciò che nelle mani non c’è

Ci si copre gli occhi per guardarsi dentro, per indagare in se stessi, nei propri sentimenti, perché tutto quello che merita di essere protetto dalle intemperie della vita, è inaccessibile alla vista.

Dimmi se trovi qualcosa di me dentro il silenzio

Il viaggio attraverso i mostri interiori prosegue a “Berlino” con Michael Liot, membro dei We Were Evergreen. L’ennesima partenza subìta, torna vivida la paura del tempo, che non oblìa le mancanze nemmeno con il trascorrere degli anni.

Dove sei stata negli anni che sei sparita, ti ho aspettata, ti trovavo solo in me

Il tempo non ci salva mai

Ma se penso che l’immagine di te finisce qui, ti vorrei con me

Ma se penso che il ricordo che ho di te finisce qui, scomparirei con te

Penultima sosta è “Sparire qui”, un chiaro omaggio a Bret Easton Ellis. Il sample è tratto da un pezzo della tradizione catalana. Il testo di questo brano mette in scena una lotta, l’eterna battaglia con se stessi, con le paure taciute nel tremore, con i propri errori, con il terrore di affogare nel mare delle proprie emozioni, o di perdersi nel loro deserto.

Ti cerco nel letto e non riesco a prendere sonno da un pezzo

Ti cerco dentro a tutto questo e fa male sapere che ho perso, e fa male sapere che ho perso me stesso

Non posso perdere me stesso sul volto degli errori che ho commesso

Il viaggio si conclude nella mansarda in cui sono stati composti quasi tutti i pezzi dell’album, terzo e ultimo luogo, che già dal titolo mette finalmente un senso di vaga sicurezza: “Chiudi gli occhi, siamo a casa”. L’indagine in se stessi continua, ed è forse il vero legame semantico fra le 9 fermate. I luoghi sono spazi mentali prima che fisici. Le presenze sono pretesti per misurare sentimenti e colmare distanze.

Se non alzo mai lo sguardo e non guardo oltre me stesso, non posso pretendere di conoscere il cielo

Se cammino dentro al buio e pian piano poi scompaio, non posso pretendere di essere luce

Se negli errori che ho commesso proteggo poi me stesso, non posso pretendere di crescere ancora

Se negli errori che ho commesso ti ho colpito forte dentro, dovresti pretendere che chieda scusa

Si sbaglia, ci si scontra con vecchie e nuove verità, si cresce. Ma – a prescidendere dalla collocazione geografica, dalla persona che ascolta o allevia le nostre tare, dall’umore che si alterna nel cuore – l’importante è ritrovare sempre la strada che conduca i nostri pensieri “a casa”.

La casa è il luogo in cui si torna dopo una battaglia. E dove tutto inizia e tutto finisce in un battito di ciglia. E tutto poi riparte, come negli ultimi secondi di questo disco.

https://open.spotify.com/album/6WZIZXqsUxOHrTPaaBWUoq

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