Tra sensibilità e realismo: il percorso “Umano” di Ermal Meta

umano

Dove finiscono le favole inizia la vita vera, fatta di sentimenti, di delusioni, di interrogativi irrisolti, di timori, di cicatrici, di consapevolezze. Una vita insomma, che parte da pretesti onirici per affermare il suo lato “Umano” e realistico, segnando la svolta da solista di Ermal Meta con un disco di rara sensibilità.

L’album, uscito il 12 febbraio, si apre con il brano arrivato terzo nella sezione Nuove Proposte di Sanremo. “Odio le favole” parla di amore, di mancanze implose, di paure che si rimpiccioliscono fino a una tacita rassegnazione. Anche quando una storia sembra indistruttibile qualcosa può improvvisamente rompersi e rovinare “il gran finale”, ma in fondo “quello che conta è qualcosa per cui una fine non c’è”.

La “stronza” che ha distrutto la favola d’esordio del disco viene archiviata da “Gravita Con Me”, un brano di riconquistata fiducia nel potere salvifico dei sentimenti contro le brutture della vita.

Gravita con me, è l’amore che ci manca.

Gravita con me perché è l’amore quello che ci salva.

Resta qui con me, rendiamo la vita meno cattiva.

Nell’infinità dell’universo e nell’intracciabilità dei suoi confini, l’esserci l’uno per l’altro e il trovare qualcuno con cui condividere la quotidianità, sono “Pezzi Di Paradiso” indispensabili, soprattutto se “non c’è mai nessuno quando ti serve una spalla”.

E penso a prima 
quando mentre uscivo di casa
mi hai detto “ci vediamo stasera”,
mi fai sentire fortunato quaggiù.
Mi fai bene tu.
Ma di ogni cosa ti perdonerei,
perché sei stupenda.
Perché ne vale la pena. 

La semplicità del disincanto amoroso si reitera in “A Parte Te”, in assoluto la ballata più romantica del disco, nella quale il sound elettro-pop è sacrificato a favore di una linea melodica che punta dritto al cuore di chi ascolta. E lo colpisce in pieno.

Una stanza gremita di ricordi che prendono improvvisamente vita obbliga il protagonista a indagare sui propri errori, sulle colpe interiorizzate troppo tardi. Ma qualcosa sopravvive ai rimorsi, ed è poesia per l’anima:

Se fossi ancora qui con me, ti farei vedere io che la lezione d’amore che mi hai insegnato l’ho imparata bene. Sempre sarai nella tasca destra in alto, in un passo stanco, dentro un un salto in alto che mette i brividi. Per sempre sarai in un sorriso inaspettato o in un appuntamento con il mio destino che non vedo in faccia mai, che non ho visto mai.

Sempre sarai l’eccezione di un difetto, un respiro lento che scandisce il tempo che nessuno ferma mai.

Un respiro profondo ci catapulta invece nel brano che dà il titolo all’album: “Umano”, e che contiene in sé il senso più intimo di un prodotto autobiografico senza filtri e forzature. Il racconto di un’anima che “prende tutto senza chiedere”, che rimane alla superficie delle cose, per poi perdersi miseramente alla ricerca del loro significato. Quest’anima che ride di noi quando ci illudiamo di mantenere le distanze da essa. Quest’anima che ci rende così umani, troppo umani. 

Se vomito parole poi pulisco tutto
Mi pento del peccato di ogni mio respiro
ma almeno se respiro posso dirmi vivo.
Stanco di chi cambia faccia come il vento
Stanco di chi vince senza aver talento
Di chi rompe i denti per sentirsi duro
Di chi ruba il pane per sentirsi furbo

Si prosegue con “Volevo Dirti”, un invito a vivere una relazione con la leggerezza di chi non misura le tare del presente, godendosi la bellezza del momento senza necessariamente proiettare nel futuro il sistema valoriale distorto della modernità. In questo contesto malsano, l’amore è l’unica distrazione possibile per poterci estraniare dall’orrore di una realtà fatta “di pochi padroni, di schiavi milioni, di cervelli emigranti, di guerre di pochi che combattono in molti.”

Viviamo insieme anche se non è semplice, viviamo insieme senza pensare al domani.

La velata denuncia sociale della sesta traccia cede il posto a un’overdose di coraggio, da cui nasce una più frivola dichiarazione di amore per una “Bionda” bella ed elegante.

Io me ne andrei a fare un giro con la mia vita.

Vuoi venire con me? Puoi portare la tua.

Con “Lettera A Mio Padre” si tocca il punto emotivamente più alto del disco. Il singolo, uscito nell’ottobre del 2014, conquista finalmente una degna collocazione discografica. Il testo è duro, diretto, mirato. L’assenza paterna viene espressa con frasi spietate. Rabbia e delusione fanno da cornice alla difficoltà di accettare quel cognome, quella somiglianza, quel passato vissuto nell’abbandono e nel distacco.

Di mostri come te n’è pieno il mondo e non è facile scoprirli e sai perché? Hanno mani bianche e voce docile ma se li guardi bene dentro i loro occhi non vedi niente

Il cuore affittano ad una notte nera priva di ogni luce

Ma come anticipato nella canzone “Odio le favole”, il fascino della vita sta nel sopravvivere alle intemperie dell’esistenza senza abdicare a se stessi, trasformando le ferite in appigli per le ali.

Ogni male è un bene quando serve
ho imparato anche a incassare bene
sono stato fuori tutto il tempo
fuori da me stesso e dentro il mondo
non c’è più paura
e non c’è niente
quello che era gigante oggi non si vede
sulla schiena trovi cicatrici e lì che ci attacchi le ali...

La tracklist si chiude con “Schegge”, una canzone dal sapore onirico, un pensiero senza origine che ruota intorno all’inconsistenza dell’emotività.

Così sfuggente, libera, sai come stringermi senza incatenare,  

non sei mai stata mia eppure ti ritrovo in me.

Cala il silenzio e mi ricordo delle tre parole-chiave del disco, scritto, arrangiato e prodotto dallo stesso Ermal Meta: realismo, vita e lungo cammino. Ripercorro a ritroso il percorso “Umano” tracciato da queste 9 tracce, da queste 9 storie, e mi perdo nel cogliere nuove sfumature, universalizzando il significato più profondo di un album che (segna ed) insegna come restare ancorati alla realtà senza rinunciare alla bellezza della vita.

Bravo Ermal.

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