Report/ I Cani stregano il Duel Beat: le diverse sfumature di una generazione allo specchio

Napoli – Duel Beat, 8 aprile. Dopo 5 anni di assenza I Cani tornano in Campania. Sembrava un vuoto difficile da colmare, ma le strabordanti emozioni hanno annullato ogni buco temporale. Un live intenso, estraniante, seppur così ancorato alla realtà nella sua rinnovata veste tematica. È anche per questo che mi sono serviti due giorni per elaborarne la fine.

Giornata di consueti contrattempi. Parto da Salerno alle 21:00 convinta che no, non ce l’avrei mai fatta ad arrivare in tempo. Alle 22.06 sto correndo verso la cassa del locale. Napoli è sinonimo di accoglienza, anche se l’Ufficio K non concede accrediti ai giornalisti ritardatari. Ma non c’è prezzo che tenga, e tra ansie incredibili e biglietti acquistati all’ultimo minuto riesco a raggiungere la sala del Duel Beat.

Sono subito invasa dalla potenza delle luci. Un minuto dopo vedo apparire la band sul palco. Incredibilmente ce l’ho fatta. Da un incipit di synth, delay e riverbero, parte l’esecuzione di “Baby soldato”, primo singolo estratto dal nuovo album del gruppo: “Aurora”. La sfera stroboscopica al centro del locale fa tanto disco, ed infatti il pogo che parte sulle note di “Protobodhisattva” sembra la danza convulsa di ballerini impazziti.

Si prosegue con la storica “Le coppie”, seguita da “Asperger”, “Hipsteria”, “FBYC (s f o r t u n a)”. Pubblico in delirio, sonorità sempre più avvolgenti, occhi che brillano più delle luci. Ed è passata solo mezz’ora.

Arriva il momento più intimo del concerto. Contessa passa più volte dal microfono alla tastiera, mostrandosi in tutta la sua disarmante dolcezza. Dalle note interstellari di “Aurora” si passa alla semplicità romantica di “Una cosa stupida”, fino alla devastante “Sparire”.

La scaletta prosegue lungo “Corso Trieste” con “I Pariolini di 18 anni” in un’esplosione di danze e cori “Post Punk”. Una detonazione di suoni costantemente in bilico, ma che lasciano la stupefacente sensazione di un prodotto fresco e al contempo maturo, consapevole, riuscito.

I Cani riescono a passare dal passato di “Non c’è niente di Twee” e “Vera Nabokov”, al presente di “Questo nostro grande amore” e  “Non finirà”, senza che il pubblico risenta dei piccoli sbalzi temporali. È come se Contessa fosse cresciuto insieme ai suoi fan, maturando nei testi e nella consapevolezza della voce e delle melodie, e stabilendo con essi un legame empatico e naturale.

È come se fossimo una generazione che guarda al palco come a uno specchio in cui riconoscere se stessa, le sue tare quotidiane, le sue debolezze, ma anche la forza, l’ironia, l’eterna lotta contro quel mondo ‘cane’ in cui siamo costretti a vivere.

Dopo una breve pausa, Contessa impugna nuovamente il microfono, trascinandoci in un vortice di malinconia senza scampo, mentre “Il posto più bello” è lì, proprio in mezzo al concerto. Incomprensioni. Ricordi. Bisogno di affetto mai sopito. Ritorni insperati per scaldare le notti insonni.

Lacrimoni.

Si prosegue sulla stessa scia malinconica con “Calabi-Yau”, dedicata ad Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax, scomparso prematuramente due anni fa. Tra miliardi di mondi e miliardi di vite, ancora lacrime, perché quella sensazione di vuoto che stringe lo stomaco prima o poi la proviamo tutti. Però è un modo “Per ricordare. E per pensare che non tutto finisce.”

Ma la fine del concerto purtroppo si avvicina implacabile. Con “Velleità” e “Lexotan” lacrime e sorrisi si confondono – la citazione del “Frosinone in serie A” teletrasporta in sala anche Calcutta, Contessa si lancia sul pubblico, ringrazia la storica band e promette di tornare presto in Campania – concludendo così un live fatto di diverse sfumature artistiche ed emozionali, ma tutte ugualmente terapeutiche. Per le orecchie e per l’anima.

Grazie Contessa.

E grazie a Valerio Bulla al basso, Simone Ciarocchi alle pelli, Andrea Suriani alle tastiere, e Francesco Bellani ai synth.

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