“Perfetti sconosciuti”: la frangibilità della scatola nera dell’ipocrisia

perfetti sconosciuti

“Ognuno di noi ha una vita pubblica, una privata e una segreta”, da questa frase di Gabriel García Márquez parte l’ultima fatica cinematografica di Paolo Genovese. Cosa succede se sette amici decidono improvvisamente di mettere alla prova le loro relazioni affidandosi al custode moderno dei nostri segreti più intimi?

Una cena tra amici, tre coppie e un Battiston accompagnato da due bottiglie di vino a causa di una presunta febbre della nuova fidanzata. All’improvviso la padrona di casa fa una strana proposta:

Facciamo un gioco, mettiamo qua tutti i nostri cellulari. Per la durata della cena…messaggi, Whatsapp, telefonate, leggiamo e ascoltiamo insieme, tanto noi non abbiamo segreti, no?”

La perplessità, la paura, la consapevolezza di lasciare su quel tavolo delle bombe pronte ad esplodere, non dissuade nessuno dei protagonisti, che decidono di ignorare la pericolosità dell’esposizione e della rivelazione telematica che avverrà di lì a pochi minuti.

Bastano due telefonate e qualche messaggio a trasformare un gioco apparentemente innocente in un vero massacro a colpi di suonerie. Tutte le certezze su cui reggevano i rapporti umani dei membri della tavolata vacillano una alla volta, fino a crollare rovinosamente.

Ma ogni colpo viene subìto con intelligenza ironica, non c’è un confronto così drammatico da rendere l’aria irrespirabile. Le pause in mansarda sono solo un intermezzo rivelatore di altri segreti, sempre affrontati con il sarcasmo e la tranquillità di chi ha più paura del giudizio dei commensali, che del dolore che anche un ‘banale messaggio’ possa arrecare alle persona amata. 

Non importa se si tratti di un invito al calcetto non ricevuto o di un tradimento, ad essere lesi irrimediabilmente sono la fiducia, il senso di sicurezza, la stabilità delle menzogne alla base del nostro vivere sociale. La disillusione avvolge ineluttabilmente ogni cosa. Lo squallore di ogni segreto si materializza senza lasciare spazio a dubbi o interpretazioni.

Anche un equivoco come quello messo in scena da Mastandrea (per non far vedere alla moglie una foto compromettente) viene trascinato nel vortice distruttivo delle rivelazioni scottanti. Invece di un nudo Lele si troverà a giustificare una relazione omosessuale, subendo l’esasperazione non solo della compagna, ma anche del suo presunto migliore amico, che infierisce senza sconti.

Nulla è più al suo posto, amicizie, rapporti di coppia, segreti familiari. Tutto ciò che all’inizio del gioco sembrava solido e indistruttibile si rivela un castello di sabbia pronto a cadere su se stesso con un colpo di smartphone. Non c’è ammissione di colpa, ad essere additati come traditori sono solo i cellulari, come se avessero delegato a loro la propria coscienza, come se le delusioni e i sentimenti offesi potessero davvero dipendere da un mezzo tecnologico, e non dall’assenza di onestà e sincerità dei singoli burattin(a)i della pellicola.

Risate, litigi, ripensamenti, accuse, addii, tutto si alterna con misurata precisione, fino all’estenuante constatazione di tante, troppe verità. Il tempo dei dialoghi, disperati quanto costruttivi, è scandito dall’eclissi, che mostra il lato oscuro della luna per poi ridonarle la sua naturale luminosità. A riportare luce nell’oscurità delle storie invece, è l’outing di Battiston, una confessione che vale più di mille discorsi a favore delle unioni civili, perché l’unico motivo che lo ha portato a nascondere l’identità del suo amore è stata la paura di lasciarlo aggredire dalla mentalità retrograda e discriminante dei suoi amici.

Se ami qualcuno lo proteggi. Lo proteggi da questo e da tutto.

Protezione, cura, rispetto. È questo che forse abbiamo un po’ tutti dimenticato in questa era di cose futili e superficiali. Le nuove frontiere della comunicazione hanno distorto i nostri valori, donandoci vite parallele che spesso fatichiamo a gestire. Scambiamo un momento di gioia virtuale per vita vera, dimenticando di avere accanto persone reali, che hanno bisogno del nostro tempo, della nostra lealtà, del nostro affetto. La lezione del film è chiara, palese, ma il finale la rende ancora più urgente, attuale, e difficile da digerire. Vedere le vite dei protagonisti di nuovo in ordine, intatte – come se il gioco fosse stato disinnescato a un passo dal baratro – lascia il retrogusto amaro di chi sa (e finge di non sapere) che pochissimi rapporti umani sopravvivono fuori dai confini dell’ipocrisia.

“Nel telefonino abbiamo messo tutto, è la scatola nera della nostra vita.

Siamo tutti frangibili.”

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