“Nuvole senza Messico”: il cinismo poetico di Giorgio Canali nel sezionare sentimenti e realtà

“Nuvole senza Messico”, brano contenuto all’interno del quarto album di Giorgio Canali & Rossofuoco “Nostra signora della dinamite”, contiene già nel titolo un’impertinente parodia della canzone di Paolo Conte “Messico e nuvole”, da cui però non trae nessuna ispirazione a livello tematico.

Dall’intero disco, e da questo pezzo in particolare, emerge un’indignazione patologica, un grido misto d’amore e di amarezza verso un mondo che stenta a cambiare, a risalire dal suo fondo, continuando a franare vorticosamente con rassegnata autocommiserazione. Dietro il ritmo orecchiabile della composizione si cela un testo intenso e mordente, che nel suo procedere poetico abbraccia vita e morte, delusione e speranza, preghiera e bestemmia, voli e cadute, in un incrociarsi continuo di antinomie dall’esito acre, doloroso, dissacrante.

Il Messico di Conte era la terra sconosciuta, impregnata di malinconia e disincanto, desiderata in nome dell’amore, e rifiutata in virtù di un legame egoistico con la propria terra. Il Messico di Canali non solo non conserva nessuna di queste caratteristiche, ma addirittura viene negato nella sua stessa esistenza. Rimangono solo le nuvole, disperse in un cielo senza speranze, che offrono al cantautore la possibilità di parodiare il titolo di un’ulteriore canzone: “Nel blu dipinto di blu (volare)” di Modugno, spingendo fino all’insolenza la sua denuncia contro la vigliacca passività degli uomini, che planando rischiano di perdersi“nel blu dipinto di merda”.

Omaggi irriverenti alla musica italiana, che Canali commenta così in alcune interviste:

  • Nuvole senza Messico mi rappresenta, è un concentrato di tutto. È pieno di citazioni, di parafrasi, di robe rubate agli altri. A me piace molto rubare perché penso che nel momento in cui rubo un fiore e lo tingo di rosso con lo spray… il fiore l’ho fatto io, mi piace: è una specie di intervento artistico simile a quello che faceva Andy Warhol rubando le immagini classiche dei prodotti dei mercati americani. È un esempio di come rubare un’immagine e farne non dico un’opera d’arte però una roba che dici: questa la riconosco. La parafrasi, che è un esercizio di stile, né più né meno, è una delle cose che mi diverte di più. Citare a sproposito e citare rovesciando le cose mi diverte moltissimo, mi fa ridere. Sono un po’ come Peter Griffin che ride da solo delle sue battute di merda; io in fondo sono come lui, solo più magro.

Nel ritornello, la voce graffiante del rocker, si chiede quando guarirà questo cuore anoressico, svuotato della sua capacità di sentire, in balìa di un vortice eterno di piccole morti che si susseguono nelprecipitare lento e inesorabile degli eventi, un cuore costretto a girare in tondo, destabilizzato, denutrito, represso nell’incertezza, trasportato da un vento dislessico che dovrebbe suggerire risposte e soluzioni plausibili, ma non fa altro che portare con sé nuvole senza Messico.

La lotta (perché di una vera battaglia si tratta) per la guarigione, prevede un risveglio della ragione, che faccia da stimolo alla ribellione delle menti, ormai inchiodate e omologate a una società squallida e superficiale, che frena il ritmo naturale della testa e del cuore, riducendo il mondo ad un posto sterile popolato da idioti. Solo con una vera rivoluzione (se di essa si può ancora parlare), il cuore delle persone potrà risanarsi, ricominciando a nutrirsi di aspettative e di desideri concreti di miglioramento.

L’amore inquieto che emerge quasi silenzioso tra le varie accuse, rappresenta il momento di maggior sentimentalismo, e al contempo, il tentativo (per ascoltatori distratti sicuramente riuscito) di dissimulare il vero significato sotteso a un pezzo che va ben oltre le melensaggini da canzonetta romantica. Privato e pubblico si mescolano continuamente, nella vita come nella musica, creando nel componimento due momenti di emozionante poesia, che ritengo opportuno citare a prescindere dalle intenzioni che ne hanno determinato la scrittura: 

E ripasso le due o tre cose che mi fanno stare meglio:

morirti fra le labbra, un sorriso al risveglio…

e riciclo parole, riciclo pensieri, riciclo la mia faccia

riciclo un’immagine di te fra le mie braccia…

E ripenso alle due o tre cose che mi fanno davvero:

annegarti negli occhi, rubarti il respiro

Versi che non hanno bisogno di commento, poiché bastano a se stessi, riuscendo a comunicare la loro profondità malinconica e passionale con una carica empatica che si rinnova immutata ad ogni ascolto. Anche le bestemmie conservano, seppur nella loro irriverenza, un retrogusto romantico che non le fa apparire tali. Anzi, in questo testo rappresentano quasi delle preghiere speciali, intrise di nichilismo vitale, tese a scatenare il pessimismo dissidente di chi “sulla sponda del fiume prega il vostro Dio che il prossimo cadavere che passa non sia il mio”, o di chi, qualche strofa dopo, con inutili segni di croce, aspetta la guerra per morire in pace, come se la morte di massa sia davvero in grado di offrire una consolazione.

Nell’epilogo torna l’eco di “Messico e nuvole”, con la citazione del verso:

“e che voglia di piangere ho”

Probabilmente le difficoltà di comunicazione del vento hanno avuto la meglio sulla necessità di comprensione, e alle nuvole (l’umanità con il cuore e il futuro reciso) non è rimasto altro che un triste singulto.

La rabbia di Giorgio si spegne così, nell’amara constatazione della rigidità dell’esistenza dei più, predestinati a brancolare disorientati e arrendevoli nel buio del male e del peggio che la vita gli propinerà lungo il proprio viaggio. Resta solo una profonda stanchezza, che fin dall’incipit avvolge e racchiude il senso più intimo del testo: stanchezza della vita, dell’universo, di tutto.

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