Negrita: “Qualcuno ancora si stupisce del fuoco sacro che ci unisce”

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Negrita – In cosa sono simili Digo, Pau e Cesare? E in cosa non si assomigliano per niente? È Digo a rispondere a queste curiosità attraverso la sua pagina facebook.

“Io, Pau e Mac siamo profondamente diversi e su queste diversità si costruisce la nostra torre. La natura dei Negrita è quella di una vera band. Forti personalità capaci di interagire piuttosto che schiacciarsi l’un l’altro. Con un fine comune: creare. 

Cesare è un Archimede Pitagorico, con le sue mani e il suo ingegno può fare tutto. Se anziché fare il musicista avesse fatto lo scienziato, oggi le auto andrebbero a succo di patate e le centrali nucleari sarebbero vecchi edifici in disuso. È il miglior compagno che un chitarrista possa desiderare e mi lega a lui un’amicizia speciale. Mio padre è stato amico fraterno di suo padre. Mio nonno è stato amico fraterno di suo nonno. Mio figlio si chiama Cesare.

Pau è il capitano. È sua indole non volersi mai specializzare in qualche cosa, ma per qualche dote che ha ricevuto, ne fa bene molte. Ha il dono di saper dirigere una banda e questo ruolo non è qualcosa che si è preso, ma un ruolo che gli spetta e gli viene riconosciuto. Pau è un poeta e crede di non esserlo, Pau è un gran musicista, ma crede di non esserlo, è uno dei più grandi performer italiani, ma non ci pensa nemmeno. Se gli fai notare che è un artista, c’è rischio che lui ti risponda male, perché è da sempre un uomo dalle spalle larghe, cresciuto in provincia, con la miccia corta e soprattutto, i piedi ben saldi per terra. Questo e tante altre cose, fanno di lui la grande persona rispettabile, affidabile, apprezzabile, assecondabile che è. È un edonista, gli piace fare gruppo con gli amici e divertirsi. La sua voglia di baldoria è irresistibilmente contagiosa. Dopo i concerti, chi vuole passa dalla sua camera d’albergo e lì sta a ridere, chiacchierare, ascoltare musica, inventare progetti e tanto altro. Tutti amano fermarsi in camera di Pau. A volte, insieme ai ragazzi della crew, si arriva quasi ad essere in venti. Un maestro di cerimonie. 

Io temo di essere il Jolly, la carta che quando esce, scombina tutta la situazione che si era creata sul banco. Sono un saltimbanco, sono imprevedibile anche per me, e non me ne faccio grandi colpe, sono un ricercatore, vado a cercare e non uso troppo i freni. Questo fa di me un divertente compagno di gioco, ma una persona difficile da amministrare. Quando nel gruppo succede un casino, io ci sono sempre in mezzo. Grazie al cielo, i ragazzi mi vogliono un bene infinito, che io ricambio.

Ma non si può parlare dei Negrita senza comprendere Fabrizio. Ufficialmente è allo stesso tempo produttore artistico (quello che in altri campi può essere detto regista) e manager. Credo che non ci siano in Italia altre figure capaci di entrambe le cose. Lui è il Negrita che non sale sul palco e non posa per le foto, ma è sempre seduto al nostro stesso tavolo, è ovunque sia la banda. Conosce, controlla e amministra nel dettaglio qualsiasi cosa ci riguarda, che si tratti di un fill di batteria o di una clausola discografica. E’ il più grande del gruppo e lo si può definire paterno. È pure arrangiatore e chitarrista dal tocco decisamente riconoscibile. Se i Negrita fanno suonare strumenti, lui fa suonare i Negrita. È lui che ci ha scoperti, lui che ci ha assemblati, lui che ci ha portato qui.

Bene, abbiamo parlato delle diversità.
Ma siamo anche profondamente simili e affini.. e qualcuno ancora si stupisce del fuoco sacro che ci unisce. Vedervi tutte le sere ballare sudando, cantando, sorridendo, vedervi baciare su una canzone, sapere di essere nelle vostre autoradio mentre fate l’amore o nelle vostre cuffie mentre cercate un po’ di leggerezza o di conforto, ci tiene uniti in quella che per noi è una missione. Non smettere mai di sognare.”

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