Mina: “Ragazza mia ti spiego gli uomini”

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Mina e gli uomini: i risvolti negativi della passione e l’impietosa critica all’universo maschile.

Anche un uomo può sempre avere un’anima

ma non credere che l’userà per capire te. 

Già in “Anche un uomo”, famosa canzone scritta nel 1974 da Mike Bongiorno, Ludovico Peregrini, Anselmo Genovese e Alberto Testa, affiora un riferimento alla scarsa profondità degli uomini, la loro incapacità di dedicarsi anima e corpo ad una sola donna, a meno che “al mondo non gli resti solo lei”.

Semplici e un po’ banali
io direi quasi prevedibili e sempre uguali
son fatti tutti così gli uomini e l’amore 

Nell’album Mina Celentano del 1998, in “Acqua e sale”, la cantante definisce con sempre maggiore chiarezza la convenzionalità dei sentimenti e la mediocrità degli uomini che faticano a capirne l’importanza, prediligendo lo squallore di una passione fine a se stessa, che tutto chiede e nulla concede agli sforzi della donna; la quale, nello scomodo ruolo di amante, è costretta a “pagare da sola tutte le pene”.

Ma è in “Bula bula” del 2005, che emerge appieno la visione negativa degli uomini e del loro modo sbagliato di provare, dimostrare e soprattutto difendere il loro amore, di preservarlo dal logorìo dell’abitudine, dalle tentazioni, dalla facilità con cui la passione sostituisce l’oggetto del suo desiderio.

Il primo brano, “Vai e vai e vai”, scritto da Nicola Fragile, è appunto la storia di un uomo che non riesce a fare una scelta tra la moglie e l’amante, e continua a dividersi fra le due donne sperando che il tempo sciolga i suoi dubbi.

La seconda composizione, “Portati via” di Stefano Borgia, è un ritratto perfetto dell’uomo superficiale e bugiardo, che affida al potere della falsità la conquista della fiducia della preda da sedurre, e agli ardori di un letto disfatto la risoluzione di ogni problema della relazione. Ma la donna, una volta mascherate le sue vere intenzioni e viste dissolversi tutte le illusioni, lo invita a “portarsi via” dalla sua vita, trascinando con sé tutte le menzogne con le quali aveva costruito quel finto paradiso, reso poi infernale dalla necessaria razionalità e lucidità femminile insorta a riscattare la dignità superstite.

Facciamo pace a letto e non dentro la testa,
chiunque ci sentisse in questa discussione
direbbe lei cretina ma lui che gran coglione.
Oh, quante bugie mi hai detto, dove ti ho trovato,
in quale maledetto giorno t’ho incontrato,
lo sai che se ti guardo adesso non mi piaci
ridammi le mie chiavi, dimentica i miei baci,
non voglio più nemmeno toccare le coperte
dove ti sei sdraiato, dove ti senti forte.

Non c’è niente da dire, niente più da fare.
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè.
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia,
vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore.

E se in “Fragile”, “Se”, “Fra mille anni” e “20 parole”, i toni e le recriminazioni sembrano placarsi in nome di quei “sogni che non muoiono mai”, nel testo di “Bell’animalone”, la critica all’universo maschile si carica di sarcastiche accuse di ignoranza. L’elogio delle prestazioni sessuali impeccabili dell’amante, canta Mina, avrebbero senso solo “se almeno quel tuo sguardo giulivo di tanto in tanto mi azzeccasse un congiuntivo”.

L’album si chiude con altri tre pezzi incentrati sul potere salvifico della passione, nella quale, catturati dalla frenesia del trasporto, dissolviamo ansie e mancanze, ignorando ingenuamente il risvolto devastante del desiderio, che non sempre riesce a reggere la superficialità dell’incompiutezza. Così la donna, si trova spesso costretta a chiedere all’uomo di completare un quadro di cui, il più delle volte, resta solo una bella cornice.

Una denuncia all’infedeltà, alla leggerezza, alla divergenza totale di interessi e priorità, ad un gioco che non sempre vale la candela. “Non credere ai capricci di una foglia che col vento se ne va. Non gioco più”, recitava infatti Mina in un singolo del 1974. E a volte non resta davvero altra alternativa che lasciarsi tutto alle spalle e cambiare direzione ai propri passi, ai propri pensieri, alle esigenze di un cuore che non sempre si accontenta di contemplare le ceneri dell’ardore.

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