Le “Emozioni” di Battisti, poesia eterna per anime incomprese

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Usciva il 15 ottobre del 1970 una delle canzoni più amate della musica italiana, frutto del lavoro empatico e al massimo della sua ispirazione della coppia Mogol-Battisti. 

“Emozioni” l’ho scritta metà al Dosso, la mia casa di campagna a Molteno. L’altra metà sulla strada per Genova, dalle parti di Ovada, guidando la mia giardinetta 500 con a bordo i miei figli e mia moglie. Ripetevo musica e parole a mente, finché non l’imparai a memoria.

ha dichiarato Mogol nel libro-intervista “Il mio amico Lucio Battisti”. Il suo compito è sempre stato quello di scovare delle parole nella musica composta da Lucio. Il messaggio della melodia è stato cercato con cura da Mogol, che ha ritrovato nelle note del brano frammenti della sua vita. Vita che si è trasformata in testo, testo che è diventato poesia.

“Emozioni” racchiude in sé lo sforzo di mostrare e gestire la propria interiorità, il vissuto più intimo, il senso di frustrazione nei confronti di un fallimento, la sofferenza che squarcia il cuore quando un amore non è corrisposto, la tristezza che invade gli occhi nel silenzio dell’incomprensione, l’implosione dei sentimenti più puri.

Al pensiero basta “seguir con gli occhi un airone sopra il fiume” per perdersi in voli pindarici, che atterrano rovinosamente “sopra l’erba ad ascoltare un sottile dispiacere”, e a chiedersi, una volta scesa la notte, “dove il sole va a dormire”, dove la mente può trovare la sua quiete, senza permettere al dolore di invadere lo sguardo reso perplesso dalle incertezze quotidiane.  

Domandarsi perché quando cade la tristezza
in fondo al cuore
come la neve non fa rumore

Una tristezza muta, costretta a tacere l’angoscia del suo manifestarsi, che si posa sul cuore con la delicatezza della neve. E poi mettersi alla guida “come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire”, per mettere alla prova l'(in)sensatezza della vita, costantemente in bilico tra sognanti sensazioni e crudele realtà.

Ma non solo. Alla notte inquieta passata a farsi domande, segue il mattino trascorso alla ricerca di se stessi e delle risposte ai quesiti esistenziali, che purtroppo non sarà una lunga chiacchierata con il pescatore a sciogliere. La frenesia delle parole diventa solo un modo per dissimulare la morte che si insidia nel cuore, e che ferisce ad ogni istante di finzione.

E ancora, “ricoprire di terra una piantina verde” riponendo in essa “la speranza che possa nascere un giorno una rosa rossa”, per non soccombere alla disillusione dell’aridità umana.

Infine, nell’ultima strofa, la fiducia nel futuro lascia il posto alla violenza, che si scaglia verso il proprio simile. Quel pugno dato a un uomo con la scusa di aver subìto una scortesia, pur “sapendo che quel brucia non son le offese”, ma la mancanza di comprensione, di affetto, di condivisione. E nel ritornello, che si reitera per due volte nel brano, esplode tutto il senso d’impotenza verso l’esclusività dei propri sentimenti, di quelle “emozioni” che restano intrappolate nelle mani e negli occhi di chi le prova.

E stringere le mani, e chiudere gli occhi
per fermare qualcosa che è dentro me
ma nella mente tua non c’è

Capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni  

Ma nulla appare all’esterno: la tragedia, la fatica, la rabbia di quei momenti, è muta come i silenzi che autoinfliggiamo ai nostri pensieri, ai piccoli immensi drammi di un’anima che può rivelarsi solo a se stessa. 

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