“Lazarus” e il potere destabilizzante di David Bowie

Diffuso ieri, 7 gennaio, il video di “Lazarus”, secondo singolo estratto da “★” (Blackstar), l’attesissimo album di David Bowie, uscito oggi in occasione del suo 69esimo compleanno.

Il disco arriva a tre anni di distanza da The Next Day, ma la vena camaleontica dell’artista rompe ancora una volta gli schemi, offrendo un prodotto discografico completamente rinnovato, che al canto gregoriano e allo stile jazz, alterna un mood elettronico che evidenzia le diverse contaminazioni e trasformazioni a cui ci ha abituati  il Duca Bianco in questi lunghi anni di carriera.

Il conto alla rovescia era iniziato con la pubblicazione del primo singolo, dal titolo omonimo dell’album, con la la regia di Johan Renck, che ne ha diretto il cortometraggio.

‘★’ Blackstar si sviluppa per 10 minuti in un’atmosfera surreale ed onirica, che agisce in modo destabilizzante sui corpi e nelle menti dei protagonisti, catapultati in un contesto post apocalittico dalle sembianze macabre e surreali.

Il video di “Lazarus”, anch’esso diretto da Johan Renck, aggiunge particolari ancora più destrutturanti alla figura di Bowie bendato con i bottoni al posto degli occhi, che questa volta si agita su un letto, probabilmente all’interno di un manicomio.

I’m so high it makes my brain whirl

(Sono così sballato che il mio cervello turbina)

Questa immagine struggente del protagonista in preda ai tremori, rimanda a un verso di “Jump They Say”

When comes the shaking man,

brano del 1993 che parla di un uomo spinto alla disperazione più profonda dalle pressioni che gli altri esercitano su di lui, probabilmente dedicato alla vicenda del fratellastro Terry Burns, malato di schizofrenica e rinchiuso in manicomio fino al 1985; anno in cui scappò dall’ospedale psichiatrico per suicidarsi sotto un treno.

Bowie ha sempre cercato di esorcizzare la follia, mostrandola in tutta la sua cruenza.

Al Bowie inchiodato a un letto e trattenuto dalla stessa inquietante figura femminile presente nel video di Blackstar, si sovrappone un Bowie libero e danzante nel suo celebre vestito a strisce dei tempi di Station to Station. In quel periodo il Duca Bianco raggiunse il punto più alto del suo successo, ma anche quello più cupo della sua dipendenza dalla cocaina. Il disordine interiore di quelle esperienze ritorna a scuotere la coscienza con risvolti alienanti e disturbanti, interpretati superbamente dal corpo vissuto del Bowie 69enne.

Il Duca del passato fa la sua apparizione (e scompare allo stesso modo) attraverso un armadio presente sulla scena. Che si tratti di scheletri che riafforano a torturare la sua anima? Sono solo rimorsi legati ai suoi errori o paure legate al futuro?

I’ve got scars that can’t be seen

(ho cicatrici che non possono essere viste)

L’ossessione, la paura del blocco creativo, l’ispirazione improvvisa che sovrasta le dimensioni del foglio, il desiderio di fama, l’ansia di deludere le aspettative del pubblico. I particolari delle scene, dal letto allo scrittoio, si prestano a una pluralità d’interpretazioni, fondendosi in un crescendo di pathos emotivo.

bowie“Tira su le lenzuola contro il tempo che passa…” ha scritto sulla pagina facebook nell’annunciare l’uscita della canzone. E nel videoclip sono proprio delle lenzuola a impedirgli di lib(e)rarsi. Forse l’incubo surreale recitato è frutto di timori reali legati all’avanzare dell’età?

Sarà l’ascolto completo del disco a svelarcelo. Una cosa è certa. Nonostante i suoi 69 anni David Bowie non ha smarrito il suo carisma, perfezionandosi per cinquanta lunghi anni senza mai ripetersi.

This way or no way

A suo modo o in nessun modo.

  • 11 gennaio 2015

Solo due giorni fa stavo scrivendo questa recensione di “Lazarus”, un pezzo, che aldilà delle interpretazioni oggettive, aveva lasciato dentro di me un senso d’inquietudine profondo, legato a sensazioni difficilmente trascrivibili. 

Guardate lassù, sono in Paradiso

Mi conoscono tutti ora

Oggi queste parole suonano come una premonizione che lascia senza fiato. E Lazarus diventa il testamento musicale di una star (ma soprattutto di un uomo) che stava combattendo silenziosamente il cancro da 18 mesi. L’eredità che precedeva Blackstar era già immensa e proiettata nell’immortalità, ma Bowie ha voluto lasciarci qualcosa di più, sorprenderci ancora una volta, pubblicando un nuovo album nel giorno del suo 69esimo compleanno. Nulla faceva presagire una fine così imminente.

La notizia della morte del Duca ha rincorso troppo presto le emozioni per l’uscita del suo ultimo capolavoro. Lo sgomento oggi va di pari passo con l’incredulità. Perché un artista così nasce una sola volta, ma muore in mille cuori diversi. Ognuno nel mondo ha un piccolo ricordo legato alle sue imprese musicali e cinematografiche. Ognuno, nel suo piccolo, oggi ha provato una stretta allo stomaco nell’apprendere della sua scomparsa.

Elencare le tappe che lo hanno reso una leggenda sarebbe superfluo, in questo momento mi basta riportare la frase che mia madre ha pronunciato dispiaciuta appena mi ha vista: “Ricordo ancora quando a cinque anni consumavi Labyrinth e speravi che Jareth venisse a rapirti”. Ecco, insinuarsi in modo prepotente nel panorama musicale, e in modo minuscolo, ma altrettanto imponente, nella vita e nell’anima dei fan: David Bowie lo ha fatto in mille modi diversi, ma tutti ugualmente geniali.

Da questo 11 gennaio il mondo è sicuramente un posto più vuoto. E questa canzone, in loop da stamattina, si trasforma ad ogni ascolto in un regalo prezioso e straziante.

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