#ijf16 – Calcutta e I Cani: come sopravvivere all’hype

calcutta

Le storie del successo di Calcutta e I Cani sono state protagoniste dell’ultima giornata del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, in un incontro dedicato all’universo musicale contemporaneo e alle nuove strategie di marketing e comunicazione legate ad esso.

Ritrovarsi da un giorno all’altro sulla bocca di tutti e dover gestire un successo improvviso: è quello che in forme diverse è capitato sia a Calcutta (Edoardo D’Erme), cantautore romano che ha esordito con “Mainstream”, che a Niccolò Contessa, musicista romano, frontman della band-non band I Cani, in tour con il fortunatissimo disco “Aurora”. Due storie simili nel loro rappresentare un “caso musicale”, e perfette per indagare sul fenomeno dell’hype e raccontarlo nelle sue diverse sfumature.

La popolarità di Contessa esplode grazie a Youtube e alla pubblicazione del brano: “I pariolini di 18 anni”, che in pochissimo tempo diventò virale e fece parlare tantissimo di questo artista, reso misterioso e accattivante dal suo non apparire. Calcutta deve invece il suo successo al videoclip del brano “Cosa mi manchi a fare”, che in pochissimo tempo ha attirato l’attenzione della rete, decretando poi la conseguente diffusione mediatica dell’intero album.

“Un successo nato per puro caso” – esordisce Francesco Raiola di Fanpage.it – “ma che è riuscito a raggiungere risultati inimmaginabili, valicando persino i confini nazionali.”

“Secondo me è cominciato molto più per caso il mio percorso, perché Calcutta suonava già prima della pubblicazione di Mainstream, io avevo un paio di canzoni nel cassetto, che a un certo punto ho deciso di autoprodurre costruendo delle basi in cameretta e cantandoci sopra. Quando le ho caricate sul web non avevo nessuna aspettativa. Ma notai subito un interesse. Sai, quando uno fa musica ha sempre l’impressione che ci sia un muro di inattenzione nei suoi confronti, e tende a pensare che ci sia una formula che decreti il successo, che sia merito dell’ufficio stampa, dell’etichetta, della campagna pubblicitaria giusta. In realtà quel giorno, l’8 giugno del 2010, scoprii che le mie canzoni funzionarono senza strategie, le persone furono rapite solo dalla curiosità. Non ci sono meccanismi che cospirano contro i musicisti, se una cosa deve camminare cammina con le sue gambe, se una cosa non è destinata a camminare nemmeno l’ufficio stampa più famoso del mondo più smuoverla. Non ci sono stati trucchi o piani nel mio inizio, solo più tardi ho strutturato la mia band.” – ha raccontato Contessa a proposito del suo esordio.

Ma quale aspetto della personalità di un artista funziona meglio a livello pubblicitario?

“Le cose funzionano a livello comunicativo-mediatico quando sono un’esigenza vera della persona, io ero e sono realmente timido. Sono semplicemente riuscito a rendere questa debolezza la mia forza. Cavalcare la mia autenticità mi ha permesso di riuscire. Anche Calcutta ha uno stile particolare di comunicazione su internet che funziona, perché lui è realmente così.” – ha dichiarato Niccolò.

Raiola prova a far parlare Calcutta tra mille rifiuti e difficoltà, cercando di capire da quale momento ha realizzato di essere diventato un ‘fenomeno’ e come ha affrontato questa overdose di popolarità. Ma pare che ad Edoardo importi tutto molto poco.

Le domande, le risposte, e le non risposte, vengono intervallate da alcuni interventi di Luca Valtorta di La Repubblica, da sempre dalla parte della musica indipendente, che svela subito di aver conosciuto Calcutta “perché è venuto a insultare la nostra pagina facebook.”

E proprio a proposito del ruolo dei social network Niccolò dice: “Facebook non era forte come oggi. Nel 2010 il social era ancora un far west, adesso ha assunto le sembianze di una giungla. Prima c’era poco e si poteva sperare di attirare l’attenzione di qualcuno. Ormai tutti i mezzi d’informazione sono sovraccarichi, è come un supermercato che viene preso d’assalto e non si riesce più a distinguere facilmente il prodotto buono da quello scaduto. Per fortuna per Calcutta non è stato difficile emergere, anzi, è stato tutto molto spontaneo.”

“Calcutta” – aggiunge Valtorta – “è diventato un fenomeno perché all’hype internettiano si è aggiunta la realtà sul campo.”

Ma quanto conta questa ascesa mediatica per Edoardo?

Finalmente sembra prendere forma qualche risposta condita da meno “boh”, “non so”, “mi scoccio di” – “Per adesso non mi interessa del successo, è come se avessi uno schermo davanti, lascio che le cose scorrano, è l’unico modo intelligente che ho pensato per non subire la popolarità e per non crollare nel momento in cui essa scemerà.”

La discussione entra nel vivo con la proiezione di una delle tante parodie del video di “Cosa mi manchi a fare”, milioni di visualizzazioni e sarcasmo non sempre docile nei confronti del protagonista della clip, il tenero Hemanto. Dal pubblico accusano Calcutta di aver usato il bambino per puro marketing, lasciandolo divorare dalla crudeltà social.

hemant

Ma Edoardo non ci sta e replica: “La parodia di Hemanto non è sinonimo di successo per me, l’ironia spicciola che ne è derivata è dovuta solo all’insensibilità delle persone, alla loro mancanza di cuore nel prendere in giro un bambino così dolce. Io ho approvato il video perché dentro ci ho visto qualcosa di bello. Non è colpa mia se io ho la poesia dentro e voi no. La gente è una merda.

Raiola interviene sottolineando la bidirezionalità dei mezzi di comunicazione, e della responsabilità che anche i cantanti hanno nei confronti del loro pubblico nel momento in cui decidono di condividere con loro qualcosa. La diffusione social-web della discografia è sì un modo alternativo di fruizione, ma può anche causare facili critiche e scatenare i cosiddetti haters.

Calcutta naturalmente non si lascia sfiorare nemmeno da questi ultimi “Non mi danno problemi, in fondo l’hater è uno che rosica. Se a qualcuno fa schifo la mia musica vado oltre, non mi interessa piacere a tutti. Forse per Niccolò è stato diverso.”

“Sì..” – interviene Contessa – “io mi sono lasciato influenzare maggiormente dalle critiche negative in passato. C’era addirittura chi mi augurava la morte. ‘Lo vorrei vedere impiccato nel giardino di casa mia’, ancora ricordo questa frase pubblicata contro di me in un forum de Il Mucchio Selvaggio.”

La conferenza è seguita con un intervento di Valtorta sull’importanza di dare spazio al panorama underground della musica, di permettere al loro potenziale di alcuni artisti di esprimersi al meglio, anche se c’è molta diffidenza da parte dei giornalisti riguardo alle novità indipendenti. “Ma chi ha delle qualità prima o poi viene notato, chi ha la capacità di raccontare delle storie, come Calcutta e Contessa, non può restare nel buio per sempre, perché le cose che hanno anima emergono e fanno breccia.”

I testi di “Mainstream” e quelli dei tre album de I Cani, raccontano appunto delle storie universali, e forse anche un po’ generazionali, se per questo ultimo termine s’intende un particolare modo di descrivere la contemporaneità o di rendere condivisibile il proprio vissuto emozionale.

Chiunque avrà fatto sue le canzoni del disco di Calcutta, proprio perché hanno la straordinaria capacità di comunicare con tutti, attraverso un geniale eccesso di semplicità semantica. Ma il cantautore ammette sorpreso: “Io scrivo principalmente per me, non compongo in funzione di qualcosa, tutti i miei pezzi sono in forse fino all’ultimo istante..”

Contessa invece si è trasformato in modo radicale, maturando nei testi e nelle musiche a velocità inaspettate. Dalla scena romana popolata da hypster, è passato a brani più impegnati, “nati da un’esigenza naturale di cambiamento, dal bisogno di raccontare cose nuove, e non necessariamente aspetti diversi della stessa realtà. Non voglio che si creino troppe aspettative intorno allo stesso argomento, per questo dalla capitale mi sono trasferito negli spazi di Calabi Yau.

Dopo alcune domande dei giornalisti presenti tra il pubblico, si è concluso questo interessante dibattito su come filtrare gli aspetti positivi dell’hype, senza diventare vittime del successo, spesso fortuito, e altrettanto spesso effimero.

Edoardo e Niccolò sono ancora indenni, fortunatamente.

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