Dentro e fuori la valigia: il mio Sanremo 2016

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Ogni viaggio è uno stato d’animo. Ogni partenza è una piccola magia, soprattutto se la meta è Sanremo. Guardavo il Festival sin da piccolina, coltivando segretamente il sogno di poter vivere quella esperienza.

A un passo dalla sua realizzazione ho messo un mondo nella valigia – non solo in senso metaforico – un mondo di aspettative, di paure, di insicurezze, di ansie, ma anche di sana adrenalina, di gioia, di “cavolo, comunque andrà posso dire di essere stata a Sanremo da quasi giornalista”.

Sono partita con 3 canzoni nella testa:

  • “Odio le favole”, Ermal Meta, che seguo dai tempi de La fame di Camilla e vederlo al Festival, finalmente passare dalla penna al microfono, mi rende orgogliosa del suo coraggio riconquistato.
  • “Amen” di Francesco Gabbani. Sento al cellulare Francesco a pochi giorni dal Festival. Ironico, gentile, brillante in ogni risposta. Per me ha già vinto. (Ed effettivamente vincerà)
  • “Introverso”, Chiara Dello Iacovo. Uno scricciolo dalle mille sfaccettature artistiche. E una canzone che trasmette allegria e consapevolezza, mentre cerco una collocazione nel mondo. E nei 4 mezzi di trasporto che stanno per condurmi in Liguria.

Parto con la mia compagna di disavventure fidata, ma nonostante la sfiga, con lei mi sento sempre al sicuro. Tra segni di evidente disperazione e risate isteriche arriviamo a destinazione. Naturalmente c’è il diluvio universale ad aspettarci dopo 23 ore di viaggio, e un simpatico anzianotto convinto che io sia Nina Zilli. Ma è solo il primo giorno e non ci lasciamo intimorire.

Dopo un restauro e l’ingresso a Casa Sanremo, torna la magia che temevo di non trovare più. Mentre mi guardo intorno come una bambina al primo giorno di scuola, vedo passare accanto a me i primi Big in gara ed inizio ad esagitarmi. Dopo pochi minuti capisco che la passerella casuale dei vip è la normalità, e manifestare segni evidenti di meraviglia non è dignitoso. Ma al passaggio di Morgan lo farò ugualmente senza pudore.

Nella Sala Mango ad accoglierci c’è un’atmosfera che ti fa sentire davvero a “Casa”. I divani bianchi, il palco mai vuoto, il via vai di artisti scortati dai bruti della sicurezza. E un bar sempre aperto dove affogare gioie e dolori. Per lo più gioie.

Appena la pioggia ci da tregua, scopriamo anche l‘esistenza dell’Ariston a pochi metri da questo piccolo paradiso. La presenza del Festival si percepisce in ogni angolo della città. Le radio dislocate ovunque, i fiori, la musica, le persone felici.

I divani bianchi già citati saranno i compagni fidati di ogni puntata del Festival, e gli ascoltatori muti di ogni commento (anche di quelli più crudeli). Questa 66esima edizione scorre piacevole, Carlo Conti oltre ad essere un intrattenitore discreto, dimostra di essere un conduttore e un direttore artistico impeccabile. Tutto resta perennemente sotto controllo, i temi sociali e civili fanno capolino senza risultare pesanti o monitorati da interventi politici di parte.

Ad affiancarlo un’esplosiva Virginia Raffaele, la vera e indiscussa rivelazione (o conferma) di questo Festival, un impedito Gabriel Garko e una sensuale e dolcissima Madalina Ghenea.

Parlare dei cantanti in gara renderebbe questa pagina di diario un romanzo, quindi mi limito ad elencare il mio podio, restato irrealizzato:

1 – Enrico Ruggeri con “Il primo amore non si scorda mai”

2 – Arisa con “Guardando il cielo”

3 – Elio e le Storie Tese con “Vincere l’odio”

La vittoria degli Stadio inizialmente mi ha spiazzata e fatto pensare a un voto di comodo, che aveva paura di svecchiare le abitudini sanremesi. Ma mi sono ricreduta. La canzone merita, gli Stadio, dopo una vita dedicata alla musica a prescindere dalla posizione in classifica, anche. Il cedere il posto all’Eurovision alla Michielin è stata la conferma della loro umiltà e professionalità. Artisti di altri tempi.

Leggermente delusa dalla canzone dei Bluvertigo, ma il concerto tributo a David Bowie eseguito a Casa Sanremo dalla band, ha ripagato ogni perplessità. Uno show nello show, un Morgan senza freni, un evento unico nella sua rarità che conserverò tra i ricordi più belli di questa esperienza.

Il contatto diretto con gli artisti, questi piccoli concerti per pochi intimi (e fortunati), hanno rappresentato la vera anima di Casa Sanremo, una sorta di Festival parallelo scevro dalle dinamiche del televoto, e per questo più vero, sincero, empatico. In questo caso il grazie va a Russolillo e al suo staff per aver reso possibile tutto questo, e molto altro.

Perché Casa Sanremo è stata anche dimora per artisti emergenti, aspiranti chef, sfilate di moda, contest di scrittura, eventi Davimedia, e tanto sano divertimento fino al mattino in compagnia della Santarsieri Band (nove artisti di talento, e tutti ugualmente instancabili), oltre ai i vari dj che si sono alternati nelle notti della kermesse.

Ultimi, ma solo in elenco, i rapporti umani.

I mille volti incrociati, gli scambi di battute, la bellezza della condivisione di chi lotta per gli stessi obiettivi. Le vecchie e nuove amicizie, le grasse risate, le notti che diventano alba e non hai il tempo di dormire, i brindisi alla vita, gli innamoramenti stupidi. E la conferma che anche se il Festival cade a ridosso di San Valentino, gli uomini possono essere dei gran coglioni lo stesso.

Ma per una volta non importa. Per questa volta ci sono solo sorrisi.

Sorrisi veri, indelebili, incisi a fuoco sull’anima.

sanrmeoo

Ringrazio chi ha reso indimenticabile questo viaggio, e me stessa, per aver finalmente lasciato fuori dalla valigia insicurezze e timori. Nel mio bagaglio di vita da oggi c’è un traguardo più grande da sognare: la Sala Stampa “Lucio Dalla” al di là della vetrina, senza la tacita scritta “Io non posso entrare”.

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