Dalla canzone d’autore al rap d’autore – Dialogo tra Francesco Guccini e Murubutu

Il Poesia Festival 2017 teatro di un appuntamento speciale che ha visto confrontarsi sul palco due artisti appartenenti a generazioni distanti ma con due vicende umane complementari nelle loro sfumature più intime, e due linguaggi musicali apparentemente agli antipodi, ma accomunati dalla funzione poetica della dimensione narrativa. Francesco Guccini, maestro della canzone d’autore e Murubutu, il rapper più letterario del panorama italiano – moderati da Alberto Bertoni – hanno esaminato il rapporto tra musica e poesia attraverso il raffronto fra le loro personali esperienze e l’evoluzione dell’uso poetico della parola nel corso della storia.

Dopo i saluti del sindaco Stefano Reggianini di Castelfranco Emilia – piccolo paesino in provincia di Moderna che ha ospitato l’evento all’interno del Teatro Dadà – e la ricca introduzione di Alberto Bertoni, l’incontro è entrato nel vivo con un breve excursus sulla genesi che ha portato alla pubblicazione di Tempo da elfi per Giunti Editore, ultimo giallo composto da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli. Due colpi di fucile innescano il giallo che ha come protagonisti, oltre al vice ispettore Poiana, gli elfi, non quelli delle favole, ma i ragazzi che alle favole si ispirano per (soprav)vivere in mezzo ai boschi, senza elettricità e senza le ossessioni della modernità.

La parola è passata poi a Murubutu, che ha subito espresso l’onore nell’essere sul palco con il “maestrone” Guccini, a cui si è sempre ispirato nel corso della sua carriera e con molta umiltà ha ammesso: “probabilmente devo il fatto di essere qua non tanto alla mia bravura artistica, ma al contesto rap/ hip hop in cui mi muovo, che brancola nel buio, io rappresento una piccola luce in questa oscurità”.

Immediatamente dopo il discorso si è spostato sul fulcro semantico dell’incontro – in particolare sul rapporto che i due artisti hanno con la poesia e più in generale con la scrittura.

“Mi concentro molto sulla narrativa, il rapporto con la poesia fruita ed espressa è contingente, a volte occasionale, ma è proprio la sua spontaneità a renderlo speciale”ha dichiarato Alessio. 

“Io ho letto tantissima poesia, ma nelle mie canzoni non l’ho usata mai direttamente, se non per rare eccezioni. A venticinque anni ho scritto un poemetto che era ispirato molto ad Eliot ad esempio. Ma quello che conservo degli altri autori sono le atmosfere, che poi riporto nei miei testi senza volerlo.

È un po’ come il maiale – per me il maiale è un maiale molto poetico – se lo nutri bene quando viene sacrificato il salame sarà molto migliore. Così se un autore si è nutrito di libri, riporta la sua cultura nelle composizioni, anche se in modo indiretto” – ha invece raccontato Guccini.

La poesia è in questo senso un bagaglio culturale ed interiore che si riflette involontariamente nella composizione artistica, rivisitata sotto forma di sensazione e non di pura e asettica citazione.

Ma in che modo queste sensazioni trovano espressione all’interno delle canzoni e qual è il valore terapeutico di quelle scritte in prima persona? È questa la prima curiosità mossa a Francesco da Murubutu. La riflessione di Guccini parte da una distinzione netta tra la scrittura della prosa e della canzone. Per la prima il metodo di approccio è indiretto, nel libro si è sempre un passo indietro, c’è osservazione e commento, come se ci fossero due persone a muovere le dita sulla tastiera. La canzone presuppone invece un avvicinamento diretto, viscerale, anche per l’abitudine a comporre con penna e foglio.

“Il mio approccio verso la canzone è stato sempre molto serio, ci ho creduto in quello che ho fatto, mi sono molto sputtanato, messo a nudo, ho raccontato fino in fondo le cose, nella canzone a differenza dei libri c’ero io direttamente e quindi aveva anche un effetto terapeutico”.

 

Il dialogo, sempre sotto la guida di Murubutu, è stato indirizzato sul valore della canzone militante e sulla difficoltà di scrivere di politica senza scadere nella retorica.

“Non mi sono mai sentito un autore militante o di canzoni politiche, forse solo “La locomotiva” ha uno sfondo politico, ma ricordava perlopiù un ambiente, anche se ho usato termini retorici che in altri brani ho evitato. Forse a volte sono stato visto con sospetto proprio per quella mancanza di rabbia che contraddistingue chi si dedica a certe tematiche” – queste le parole di Guccini.

 

Sempre a proposito del brano sopracitato Guccini ha raccontato di averlo composto in mezz’ora, spinto da quell’urgenza di scrittura che ha sempre accompagnato la sua attività di cantautore. D’altronde la composizione di getto lascia spazio a pochi ripensamenti, perché è frutto di un’ispirazione estemporanea e fulminante che le correzioni potrebbero snaturare. Il momento della composizione è per Francesco svincolato dalla preoccupazione per il significato che quelle parole andranno ad assumere.

 

Da qui la sua curiosità verso il mondo di Murubutu, del rap, dell’improvvisazione, delle rime.

“Il rap ha una fase compositiva e di scrittura, non deve essere per forza improvvisato. Anzi, penso che un certo tipo di rap recupera il vitalismo del cantautorato d’autore, io cerco di far rivivere la tradizione dei grandi maestri adattando la loro lezione a una forma espressiva contemporanea. Il limite del rap è quello di non usare la melodia, ma il linguaggio parlato permette di usare molte più parole della canzone melodica. È un genere estremamente descrittivo ed espressivo e veicolo prioritario per raccontare delle storie”.

E in effetti Murubutu cerca di unire il suo background culturale alla modernità del rap, senza però restare ingabbiato nella pochezza semantica che spesso caratterizza questo genere, oggetto di diffidenza da parte del pubblico legato al cantautorato tradizionale.

Siamo anche in grado di comportarci come persone normali“, ironizza infatti rispondendo alla provocazione di Guccini sul gesticolare tipico dei rapper. Ma nel contempo Francesco ammette di aver provato a cantare tre strofe in versione rap dell’Avvelenata, fallendo miseramente nell’intento.

L’incontro – scandito da un confronto costruttivo e da intermezzi di sincera ironia ed empatia – si è concluso con la storia degli inizi. Per entrambi tutto è partito tra i banchi di scuola, a dimostrazione che certe passioni, certe urgenze emotive ed artistiche, sono universali nel loro manifestarsi, anche quando si fanno spazio nel cuore di due persone così apparentemente dissimili.

 

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