“Cosa resterà” – Le fragilità e la determinazione di Irama [intervista]

In gara nella categoria Giovani di Sanremo 2016, Irama si racconta attraverso il brano che porterà al Festival: “Cosa Resterà”. Un testo autobiografico ed introspettivo s’intreccia con un’interessante commistione melodica tra rap e pop, dando vita ad un componimento ricco di spunti di riflessione. 

Un percorso di crescita complicato, tra crisi di panico, delusioni, momenti di buio legati alla dipendenza, ricordi fatti di spine, corse a perdifiato verso la vita. Per sentirsi parte di un gruppo, per lenire la sensazione di essere diverso dagli altri, o semplicemente per convincersi che “non siamo fatti per restare soli”. Ma le “notti in bianco fatte per la musica” sono state la vera spinta al cambiamento, al superamento, alla rinascita.

Una profondità che avvolge e sorprende fin dalle prime note, e che forse non ti aspetti, data l’inesperienza artistica e la giovanissima età di Irama, all’anagrafe Filippo Maria Fanti. Un ragazzo umile e determinato, che ha scoperto la passione per la musica da piccolissimo. Il suo nome d’arte deriva da una parola malese che significa ritmo, elemento che identifica al meglio la sua indole. 

Il ritmo è un elemento che mi accompagna da sempre, per questo motivo ho voluto dedicargli il mio nome. Più avanti ho scoperto che Irama è l’anagramma di Maria, il mio secondo nome. Forse era destino.

  • Partiamo dal brano che porterai a Sanremo. Più volte al suo interno sottolinei lo sfondo autobiografico che muove le parole del testo. Ti riconosci ancora in quello che hai scritto o è cambiato qualcosa?

Sicuramente è cambiato qualcosa, perché una persona continua a vivere e provare emozioni diverse. Tutto si rinnova continuamente. Ho composto la canzone in un momento difficile, fatto di emozioni e sentimenti contrastanti. 

Sinceramente non amo parlare molto del significato delle mie canzoni perché ogni brano può avere diverse interpretazioni, legate a quello che si prova, allo stato d’animo del momento in cui le si ascolta. Mi piace pensare al testo del mio brano come a una poesia, dove ognuno può cogliere un senso diverso o ritrovarci un pezzo di sé.

  • Dal testo del brano emerge un forte dissidio interiore tra paura ed orgoglio. Quale di questi due sentimenti ti ha frenato di più nella vita?

Sicuramente l’orgoglio.

E me ne resto da solo con il mio orgoglio che uccide quello che voglio. – canta infatti nel brano.

  • Alla canzone è associato un videoclip, nel quale ti ispiri liberamente ad un grandissimo cantautore italiano: Lucio Battisti

Sì, mi ispiro ai suoi Giardini di marzo. Il grande Battisti, secondo me, non era famoso per le sue doti tecniche canore, ma per quello che trasmetteva, per come riusciva a raccontarti una verità.  E io nel mio brano mi sono messo a nudo, ho raccontato la mia verità.

  • La commistione tra rap e pop rappresenta il tuo background artistico o è una scelta maturata con la collaborazione di Giulio Nenna?

In realtà non è stata frutto di una scelta, ma di un percorso automatico naturale.

  • Sei giovanissimo, eppure “hai già delle grandi ambizioni”, a partire dall’uscita del tuo primo disco.  Cosa rappresenta per te un palco prestigioso come quello dell’Ariston?

Quel palco rappresenta un traguardo importante, soprattutto il condividerlo con artisti di un certo calibro. Ma è solo una parte del mio sogno, che continuerà proprio con l’uscita del mio primo album. Questo disco, che uscirà a febbraio, mi piace pensarlo come un ibrido, usarlo come rappresentativo della mia identità. All’interno c’è tutto di me, i ritornelli pop- musicali si alternano a queste strofe che si bilanciano su due mondi, da una parte quello del rap che sputa la verità, e dall’altra quello più intimo del pop, ricco di metafore ed elementi più ricercati.

  • Se potessi chiudere questa intervista con un aneddoto o una frase del tuo brano, quale sarebbe?

Non sono un uomo vissuto ma sono un uomo che vive.

 

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