Battiato e l’amore: malattia o “cura”?

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La cura – pubblicata nel 1996 all’interno dell’album: L’imboscata – “è una di quelle canzoni che è arrivata come da una cellula superiore. È arrivata come una piccola luce a toccarmi […] è stata vera ispirazione”, così Battiato commenta in un’intervista a Giuditta Dembech, una delle rare creazioni che mostrano il suo lato più nascosto, più umano, più universale, a tratti avulso dall’alone di enigmaticità che lo ha sempre contraddistinto.

La struggente carica emotiva che il pezzo trasmette sin dalle prime note, l’ha reso  un successo intramontabile, attirando nel contempo l’attenzione di numerosi critici, che ancora oggi discutono e tentano un’esegesi del testo.

C’è chi l’ha definita una preghiera al contrario, chi una tragica invocazione di morte, chi un messaggio di un’entità superiore e chi – sicuramente i più – una superba e insuperabile canzone d’amore. Ma cosa rappresenta questo sentimento per Battiato?  È lui stesso a rivelarcelo in un’intervista a Repubblica: “La passione è una malattia, una zavorra che ci trascina verso il basso. Di amori riusciti, a esser generosi ce n’è uno su un miliardo. Io non sono mai stato innamorato”. Affermazioni dure, che denotano  un distacco consapevole dall’amore, causa di ansie, di sofferenze, persino di delitti; “tempo sprecato”, rubato ad aspirazioni più alte e a progetti di vita più importanti.

Ma in questo brano, il regno metafisico dal quale provengono la maggior parte dei testi raffinati e surreali di Battiato, è stato costretto a misurarsi con il mondo più vicino alla realtà sensibile di Sgalambro, co-autore dell’opera, e questo spiega la presenza di un tema che aveva lasciato indifferente Franco sia nella vita, che nella musica.  “[…] per parlare di “amore” bisogna parlare di qualche altra cosa. Noi abbiamo fatto una canzone considerata unanimamente d’amore, parlando di “cura”, di “protezione”, di mani che accarezzano i capelli come trame di un canto”, così Sgalambro commenta la scrittura a quattro mani del componimento nella prefazione del libro Un sufi e la sua musica di Guido Guidi Guerrera.

Perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te” 

Questi versi, così carichi di affetto e sensibilità, sono il mantra di un percorso a due che abbraccia tutte le tappe dell’esistenza, comprese quelle fatte di turbamenti, di abbandoni, di dolori, di ossessioni, di malinconie. L’amore è custodire, sorvegliare, tenere per mano un corpo ed un’anima.

La ‘cura’, in tal senso, non è una banale risposta a una richiesta implicita di aiuto e condivisione, ma è un impegno preciso, è totale dedizione verso colui/colei che abbiamo scelto di proteggere, è saper creare dentro di sé uno spazio per l’altro; un ‘esserci’ sempre, attraverso gesti concreti di attenzione, di rispetto, di comprensione, scaturiti da un sentire fortemente partecipe che ci porti a cogliere tutte le sfumature del vissuto e dell’interiorità dell’altro e ad agire di conseguenza.

Silenzio e pazienza, infine, accompagnano questo viaggio verso l’essenza della vita e del sentimento, nel tentativo di superare le leggi gravitazionali che spesso inchiodano l’uomo ad un mondo sconosciuto ed ostile, lo stesso che l’amore incondizionato promette di fuggire, proiettando l’unione in una dimensione differente, più sottile – per dirla alla Battiato – “al di là del bene e del male”.

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