“L’urlo” di Allen Ginsberg: “Il peso del mondo è amore”

ginsberg

Portavoce dissacrante dei sentimenti contrastanti di quella generazione “beat” che ha raccontato gli anni Cinquanta e Sessanta in America, Allen Ginsberg avrebbe compiuto oggi 90 anni. Nato il 3 giugno 1926 nel New Jersey, Allen cresce in un ambiente familiare culturalmente anti-conservatore, condizionato dall’attivismo della madre nel partito comunista, e dal mestiere di poeta e docente del padre.

Fin dalla giovinezza prende forma la sua personalità altruista e attenta ai problemi contemporanei, unita a un talento indiscusso nella scrittura. La sua passione per la poesia esplode in uno dei periodi più controversi della storia statunitense, reduce dalla recente fine della seconda guerra mondiale.

In questo contesto di grandi cambiamenti, segnati dalla paura di una subdola deprivazione di libertà, Allen viene influenzato dalla corrente letteraria denominata “Beat Generation“, formata da giovani ribelli che trasformano il loro disprezzo per il sistema americano in inquietudine personale, confinando nell’uso di droghe ed alcolici le loro perplessità. L’atteggiamento dei beats viene inevitabilmente condannato dall’allora senatore Mc Carthy. Ma questo non scoraggia il movimento, che, capeggiato da Walt Withman, continua a conquistare seguaci, tra cui lo stesso Ginsberg, che già nel periodo di studi alla Columbia University inizia a frequentare gli ambienti malfamati della Beat Generation. Ossessionato dalle cosiddette “Nuove Visioni” poetiche, comincia a comporre le sue prime poesie.

Una di queste, “L’Urlo” – inserita nella sua prima raccolta di liriche, L’Urlo e altre poesie – viene tacciata di oscenità perché al suo interno contiene un’accusa al materialismo americano, ritenuto responsabile della rovina delle menti più acute dell’epoca, tra cui il suo caro amico Carl Solomon, rinchiuso in manicomio.

Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nudem isteriche
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa
hipster dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste
con la dinamo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua
fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz
che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated
e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette
che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate bruciando denaro nella spazzatura
e ascoltando il Terrore attraverso il muro

Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nudem isteriche
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa
hipster dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste
con la dinamo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua
fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz
che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated
e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette
che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate bruciando denaro nella spazzatura
e ascoltando il Terrore attraverso il muro

Degrado, follia, trasgressione, disumanizzazione – è in questo clima di perdita costante che l’uomo è costretto a disolvere nel delirio della dipendenza tutte le sue qualità, rinunciando ad affrontare con rigore e sobrietà le difficoltà della vita. Nella sua visione poetica è il Moloch, essere dalle sembianze mostruose, a rendere la società un concentrato di esseri alienati e annientati nella loro dignità. Ma l’avvilimento generale convive senza sforzo con l’incontenibile gioia del sentirsi vivi. Rabbia e dolcezza, indifferenza e cura, delusioni e speranze, vizi e virtù, s’intrecciano nelle sue opere con straordinaria coerenza, mostrando che nonostante l’onnipresenza del male, c’è sempre un modo per operare e riconquistare il bene. Soprattutto attraverso l’amore. È da questa convinzione che nasce una delle sue poesie più famose: “Canzone”.

Il peso che portiamo è amore.
Sotto il fardello
di solitudine
sotto il fardello
dell’insoddisfazione

il peso,
il peso che portiamo
è amore.

Chi può negarlo?
In sogno
ci tocca
il corpo,
nel pensiero
costruisce
un miracolo,
nell’immaginazione
s’angoscia
fino a nascer
nell’umano –

s’affaccia dal cuore
bruciando di purezza –
poiché il fardello della vita
è amore,

ma noi il peso lo portiamo
stancamente,
e dobbiam trovar riposo
tra le braccia dell’amore
infine,
trovar riposo tra le braccia
dell’amore.

Non c’è riposo
senza amore,
né sonno
senza sogni
d’amore –
sia matto o gelido
ossesso d’angeli
o macchine,
il desiderio finale
è amore
– non può essere amaro
non può negare,
non può negarsi
se negato:

il peso è troppo

deve dare
senza nulla in cambio
così come il pensiero
si dà
in solitudine
con tutta la bravura
del suo eccesso.

I corpi caldi
splendono insieme
al buio
la mano si muove
verso il centro
della carne,
la pelle trema
di felicità
e l’anima viene
gioiosa fino agli occhi –

sì, sì,
questo è quel
che volevo,
ho sempre voluto,
ho sempre voluto,
tornare
al mio corpo
dove sono nato.

Dopo una tormentata esistenza, fatta di visioni poetiche e coraggio intellettuale, l’urlo di Ginsberg si spense per sempre il 5 aprile 1997 nell’East Village di New York City, a causa di un attacco di cuore e del cancro che da tempo affliggeva l’indimenticabile poeta “che attraversando l’inferno, sapeva parlare d’amore”.

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